c/o Studio Lombard, Viale Premuda 46
20129 Milano
LUN chiuso
MAR-VEN 14.30-19.00
SAB 11.00-18.00
DOM chiuso
ARTISTI:
Hernán Pitto Bellocchio
Alighiero Boetti (Collezione Ramo)
Hernán Pitto Bellocchio risponde alle domande di
Irina Zucca Alessandrelli, curatrice della Collezione Ramo
Cos’è per te il disegno?
Attraverso il disegno penso, comprendo e sviluppo le mie idee. È uno strumento intellettuale fondamentale per costruire la mia pratica artistica. Ogni concetto prende forma attraverso un insieme di segni figurativi o di forme astratte che si trasformano come un organismo vivente. Con il tempo, questo metodo si arricchisce di parole che accompagnano il disegno, generando un dialogo visivo, simbolico e ornamentale. Il disegno diventa così un’estensione del pensiero, un organo capace di articolare le idee e di offrirmi una comprensione più profonda del mondo che abito.
Quali materiali, tecniche e processi creativi utilizzi quando lavori su carta?
Generalmente porto con me un taccuino e delle penne a inchiostro, con cui registro la mia pratica artistica quotidiana che evita categorizzazioni disciplinari rigide. Attraverso il disegno le mie opere possono assumere la forma di installazioni immersive, modelli espansi, rappresentazioni fantastiche o interventi spaziali che operano simultaneamente come simulazione e critica. I disegni svolgono un ruolo centrale come dispositivi di pensiero: al loro interno, le idee vengono modellate e trasposte attraverso diverse scale, dall’intimo all’urbano, dall’immaginario al costruito. Il metodo che sostiene queste produzioni richiede tempo, pazienza e processi di realizzazione prolungati. Ogni opera si costruisce attraverso strati successivi — concettuali, materiali e territoriali — che richiedono un coinvolgimento costante con il contesto specifico.
Perché hai scelto quest’opera della Collezione Ramo?
Ho scelto Senza titolo (I vedenti) di Alighiero Boetti perché dialoga profondamente con la mia ricerca sui passaporti. L’opera costruisce una cartografia intima fatta di documenti, timbri, lettere, immagini e tracce di viaggio, trasformando materiali della comunicazione in un territorio simbolico. Allo stesso modo, il mio progetto Passaporti parte da documenti reali per interrogare il significato dell’identità nazionale, dei confini e della mobilità contemporanea attraverso un documento intimo, unico e insostituibile. In entrambi i lavori, il supporto cartaceo conserva le tracce del tempo e della circolazione, conferendo all’opera una dimensione materiale del tempo. Il viaggio non è soltanto uno spostamento nello spazio, ma un dispositivo capace di mettere in relazione memorie, culture e geografie, immaginando nuove forme di appartenenza e narrative oltre i confini politici.
Che valore ha per te il dialogo con i Maestri del ‘900?
Il dialogo con i Maestri del Novecento rappresenta per me un confronto continuo con pratiche che hanno ridefinito il rapporto tra arte e territorio. Più che un riferimento formale, considero il loro lavoro un metodo di ricerca: la capacità di trasformare materiali quotidiani, documenti, mappe e paesaggi in strumenti di riflessione critica e politica. Come le avanguardie storiche, credo nella capacità dell’arte di immaginare nuove utopie e di reinterpretare il territorio come una continuità, oltre i confini politici, geografici e culturali. La mia pratica si confronta con le questioni del presente – la mobilità, la memoria e l’identità – cercando nuove forme di lettura del paesaggio attraverso il disegno, l’installazione e l’intervento nello spazio pubblico.

HERNÁN PITTO BELLOCCHIO (Santiago del Cile, 1984) è un architetto e artista cileno, laureato presso la Universidad Finis Terrae e con un Master in Exhibition Design al Politecnico di Milano. Ha esposto presso Fondazione Merz, Art Düsseldorf, Salone del Mobile, Spring/Break Art Show (New York) e Bienal Sur. Con un approccio interdisciplinare, il suo lavoro indaga la relazione tra natura, architettura e memoria, dando forma a utopie botaniche che intrecciano narrazioni e mitologie culturali tra America ed Europa. Proponendo nuove configurazioni simboliche del territorio, nelle sue opere la vegetazione diventa un dispositivo critico attraverso cui mette in discussione confini, identità nazionali e strutture del potere politico.

